(11 gennaio 1963) Please Please Me, The Beatles

“Quando sarete capaci di scrivere materiale così, lo registrerò”.
E’ quello che i giovanissimi Beatles si sono visti rispondere da George Martin dopo l’ennesimo NO alla sua proposta(comando) di registrare e pubblicare come singolo  “How do you do it?“, una di quelle canzoni-sicure-hit dalla zuccherosa melodia alla Cliff Richard and The Shadows, scritta da Mitch Murray. In Inghilterra Cliff Richard era l’idolo pop cui faceva riferimento chiunque volesse provare a scalare le classifiche. Ma i Beatles proprio non ce la facevano a stringersi per cercare un posticino in quella cerchia di successi nazionali; e non ce la facevano a farsi prestare canzoni pre-impacchettate per il successo.
Ne suonavano, nei loro concerti, di canzoni di cui non erano autori, e presto ne inseriranno più di qualcuna nei loro primi lp; ma sono canzoni di tutt’altra matrice, parliamo del rock’n’roll di Chuck Berry, Carl Perkins, Buddy Holly, Larry Williams… roba scelta da loro, roba che ascoltavano a casa, davanti la radio, poi prendevano la chitarra in mano a farsi i calli per ritrovarne accordi e riff. E poi volevano proprio dimostrare di saper scrivere, loro. Se deve uscire un singolo dei Beatles, deve essere DEI Beatles.
Quella canzone comunque l’avevano già registrata, alla buona, sempre sotto comando di Martin, durante la prima seduta agli Abbey Road Studios di  Londra, nel settembre 1962, con insolente svogliatezza ( la registrazione è stata poi inserita nella raccolta Anthology), quasi a dire “se proprio insisti la facciamo, ma la facciamo male”
Riuscirono in qualche modo a convincere Martin e uscì il primo singolo Love me do/P.S. I love you, tutto materiale scritto di propria mano. Ma stavolta Martin voleva il numero 1.
I Beatles proposero Please Please Me, una canzone scritta per lo più da John Lennon ispirandosi a Please di Bing Crosby, del 1932, che recita  “Please lend a little ear to my pleas“, col “Please/pleas” dalla stessa pronuncia inglese ma con diverso significato. John, da sempre intrigato dai giochi di parole e doppi sensi, cerca volontariamente l’ambiguità nelle liriche di Please Please Me :
“Last night I said these words to my girl
I know you never even try, girl
Come on, come on, come on, come on
Please, please me, wo yeah, like I please you”

Non c’è molto da spiegare. D’altronde oggi, nel 2013, un testo del genere potrebbe fare soltanto ridere un qualsiasi 14enne, di provincia o meno. Ma 50 anni fa?
Questa canzone “monta“; prendo in prestito la terminologia di Massimo Padalino nel suo “The Beatles. Yeh!Yeh!Yeh! Testi commentati. 1962-1966” perché non ne ho trovata una migliore.
Nel 1963 i ragazzini erano abituati alle melodie pop smielate dei vari Cliff Richard (appunto) & cloni, l’amore era “ti invito a ballare così magari rimedio un bacio sulla guancia sulla via di casa”.  O almeno era così che se ne parlava… Ma i ragazzini iniziavano a volerne di più, e questa canzone, poi definita come il primo pop sul sesso orale, ne è stata allo stesso tempo l’espressione e la scintilla esplosiva.

Inizialmente suonata e cantata in stile Roy Orbison ( sulla scia di Only the lonely  e Crying), trovata da George Martin “troppo desolata”, troppo lenta, toccava lavorarci sopra, tirarla un po’ su. Martin capì subito che non era robetta da buttare via, anche se continuava a premere per metterla un attimo da parte, riprenderla più in là magari, ma per ora concentrarsi su un prodotto da portare al numero 1 in Inghilterra.
I Beatles ci lavorarono, imperterriti, e in poche settimane la nuova versione filava alla grande: velocizzata e vivacizzata con armonie che si rincorrono, che accrescono la tensione nella premessa, con quella serie di  c’mon c’mon in crescenzabotta e risposta tra Lennon e McCartney, fino ad esplodere nel please, please me, like I please you!

Una semplice, “ingenua” richiesta. D’amore.. non propriamente, almeno non di “quell’amore”, come è presto esplicitamente detto nel “why do I always have to say love”. Infatti, perché mai?! Qui si tratta di altra cosa; per una volta almeno, provaci, chiede John. Come faccio io con te.
La tenerezza adolescenziale che possiamo vederci oggi contrasta con la ribellione che poteva rappresentare in quell’inizio del 1963; velata, sì. Espressa finemente, come i Beatles sempre sapranno fare. Quella finezza ed eleganza che, sull’altra faccia della medaglia, li farà passare, agli occhi di molti, come i reazionari, i conservatori, i democratici, quelli che stanno alle regole, quelli ben pettinati e puliti, quelli che sono il contrario dei Rolling Stones. (Ormai sappiamo quanto fossero amici e compagni di bevute e si spalleggiassero a vicenda, sia come amici che come concorrenti di uno stesso gioco).
Eppure.
Eppure è proprio con la finezza che quattro ventenni hanno cantato ai ragazzini dei primi 60s, senza volgarità, di un argomento di per sè considerato (ancora oggi) volgare.
E’ l’inizio della beatlemania, o per lo meno della sua premessa; perché la vera base della beatlemania non è tanto l’amore sciocco e adolescenziale (per altro imprecisamente affibbiato alle sole femminucce) per un qualsiasi idolo pop, che per puro caso stavolta erano i Beatles; è la pulsione sessuale. E in questo pezzo ce n’è da vendere.
Tutto il crescendo di voglie e desideri  appena accennati, rivelati per la prima volta, quasi con timore di… Però anche con la determinazione di.
Stanno crescendo, i ragazzini. Arriva l’adolescenza come riconoscimento dell’età di passaggio dall’essere bambini all’essere adulti e farsi una casa e una famiglia (arriveremo al punto in cui quest’età di passaggio si sostituirà quasi del tutto all’età adulta, ma questo è tutt’altro discorso).
Un altro famoso esempio di allusione velata(ma non troppo) uscirà dalla bocca di Paul quando dirà “she was just seventeen, you know what I mean”  in “I saw her standing there”, che sarà la prima traccia del loro primo LP, in uscita nella primavera di quello stesso anno.

Soddisfatto dopo l’ultima seduta di registrazione di “Please Please Me”, George Martin dirà:
“Ragazzi, avete appena registrato la vostra numero 1”
E ci aveva preso, e loro, i Beatles, avevano fatto bene  a lasciare “How do you do it?” ai Gerry And The Pacemaker (per la cronaca, arrivò al numero 1 anche quella!).

Please please me, mono version

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Un libro di filosofia sui Beatles

“I Beatles hanno svilppato la più potente tecnica dell’estasi di massa di tutto il XX secolo. Hanno rappresentato in anticipo sui temi attuali uno dei primi, autentici fenomeni di quella che i sociologi anglosassoni chiamano la cultura mainstream, quella prodotta dall’industria creativa (cinema e format televisivi, musica e videogiochi), legata al successo planetario che calamita l’attenzione la passione i gusti popolari da Oslo a Lima, da Nuova Delhi a Los Angeles, e che ormai da tempo non si limita più, in quanto a forza omologante produttivo-propulsiva, all’area geo-culturale europea e statunitense. L’unicità, la specificità dei Beatles sta però nel fatto che – nell’arco breve di una portentosa progressione temporale – hanno concepito e realizzato una sorta forse irripetibile di arte elitaria di massa su scala globale (arte, e non un qualsiasi altro oggetto esitabile), mostrandosi maestri indiscussi e tuttora insuperati nell’impervio, difficilissimo, quasi proibitivo, ma quanto, specialmente oggigiorno, decisivo compito, di coniugare al più alto livello possibile complessità e leggerezza, qualità e intrattenimento, raffinatezza e popolarità.
Se si tiene conto della loro capacità di inserire elementi anomali e d’avanguardia (neanche troppo addomesticati) in composizioni dirette ad un pubblico differenziato, non è in alcun modo possibile – e non può farlo nessuno che si proponga di essere intellettualmente onesto – relegare l’opera dei Beatles in una delle tante forme di allettamento consumabile organizzato dall’industria culturale per rispondere a quel bisogno di diletto collettivo sapientemente indotto e calibrato sull’amusement conformistico di massa.
Indiscutibile è stata la loro capacità di sintonizzarsi sulla sensibilità del grande pubblico, ma per migliorarne gli standard qualitativi riaffermando le esigenze dell’invenzione. Pur intrecciati al meccanismo dell’industria culturale, al business e alla macchina mediatico-spettacolare -condizioni della loro stessa esistenza artistica-, hanno saputo affermare un’esperienza integra e trasmetterla a un’intera generazione e oltre, mostrando che intrattenimento non significa necessariamente irresponsabilità e rappresentando un modello indiscusso di produzione creativa comunque irriducibile ai vincoli della cultura di massa di cui pure fanno parte integrante. Da questo punto di vista, i Beatles sono stati un modello insuperato di come abitare il seculum.”

Massimo Carboni in “Analfabeatles. Filosofia di una passione elementare”

Flanger

“… e allora decisi di stupirlo con un po’ di scienza. Prendendo a prestito un passaggio di un libro del professor Stanley Unwin, spiegai a John nel dettaglio che la registrazione della sua voce era stata trattata in modo speciale con una “flangia sciabordante con doppia biforcazione“.
Insomma, quest’affare doppia la tua voce, John… –
Capì alla fine che mi stavo prendendo gioco di lui, ma da quel giorno in poi mi chiedeva spesso

George, possiamo “flangiare” la voce qui?

Molti anni più tardi ero in America e ascoltai quella parola da un ingegnere del posto.
Da dove viene quel termine? -gli chiesi.
Oh -replicò- è un effetto che si ottiene premendo il pollice sulla flangia della bobina del nastro…-
Qualsiasi cosa intendesse, per me andava bene. Oggi si possono comprare dei flanger appositi, per effettare una chitarra o qualsiasi strumento”.

George Martin, Summer of love 

Ho altri doveri, io

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così:

T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti.

La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così:

Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

(Incipit di Senilità di Italo Svevo)

Inconscio dinamico

“Un amore intensissimo, ma che si sa non sarà corrisposto, verrà rimosso, ovvero reso operativamente, dinamicamente, attivamente, inconscio. Non per questo l’amore svanisce, o svaniscono i ricordi di eventi dolorosi: essi sono vivi dentro di noi ma lontani dalla consapevolezza, e continuano ad operare, a dibattersi, a muoversi e a muoverci. E’ questo l’inconscio dinamico.”

(Rodolfo Ciuffa)